| Resoconto Attività - Alpi Cozie Meridionali - Monviso |
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Il Monviso, letteralmente “la montagna che mostra il viso” non ha tradito le aspettative e si è mostrato, sì, ma come ogni grande star, in fugaci apparizioni per poi ritirarsi frettolosamente dietro a fitte cortine di nebbia, esaltando così il desiderio col sapore dell'attesa.
E alla fine la montagna si è svelata in tutta la sua magnificenza: una piramide rocciosa solcata da fiumi e rigagnoli, immobili laghetti, neve fresca e ampie radure che ha vegliato sul nostro cammino fino all'ultimo atto della nostra gita. Ovviamente, come ogni big che si rispetti, prima di concedersi il gigante di pietra ha voluto saggiare la nostra costanza, sottoponendoci ad alcune prove. E così eccoci a Pian del Re, punto di avvio della nostra gita, laddove scorrono le acque sorgive del Po e un curioso signore in camicia verde si china ogni anno a prelevarne qualche goccia da restituire all'Adriatico. Dopo una breve sosta ci incamminiamo per dolce sentiero verso il rifugio Quintino Sella. Da subito il tempo non è dei migliori e presto siamo avvolti dalla nebbia. All'altezza del lago Fiorenza, di cui intravediamo l'alveo, ci imbattiamo in uno dei primi buffi abitanti di questa zona: la salamandra nera. Nulla di buono dunque, poiché come suggerisce una compagna di gita la sua presenza è presagio di piogge. Il paesaggio comunque è dei più suggestivi: più che su pendici piemontesi sembra di essere nelle Highlands scozzesi e non ci stupiremmo se qualcuno avvistasse qualche parente prossimo del brontosauro emergere dall'acqua. Subito il monito della salamandra non si rivela vano e comincia a ticchettare una pioggia fitta. Passiamo vicino a quello che dovrebbe essere il lago Chiaretto, che cerchiamo di immaginare nella ancor più fitta nebbia. Frattanto, il saliscendi si è fatto più impervio: non sarebbe nulla di preoccupante, se non fosse che all'improvviso la pioggia si è trasformata in grandine. Siamo quindi sottoposti alla prima dura prova che il monte severo ci chiede di superare. Il sentiero mano a mano si trasforma in torrente e l'allegra compagnia – non più così allegra – non si perde d'animo e accelera decisamente il passo anche perché nel frattempo si percepiscono sempre più vicini tuoni, fulmini e saette: un utile esercizio per ripassare nella mente tutto il male fatto in vita – e forse prima di essa - tale da subire cotanta punizione. Finalmente, passato un nevaio, intravediamo una sagoma amica in mezzo ai vapori: il profilo inconfondibile è quello visto in foto e su riviste, si tratta del rifugio Quintino Sella, dove pernotteremo. La comitiva è stanca ma alla fine divertita dall'appena passata avventura, il rifugio, d'altra parte, è magnifico: incastonato così tra le rocce ed esaltato dal riflesso blu del laghetto che gli sta accanto, un luogo perfetto per ristorarsi e prepararsi per il resto del viaggio. La notte passa tranquilla e ci alziamo la mattina di buon'ora per affrontare la seconda parte della nostra escursione. Il Monviso, tenace, non demorde e ci attende beffardo per la seconda prova: sembra infatti che tutta la nebbia del fondovalle si sia data appuntamento qui. Tra l'altro in una guida francese leggo, col sorriso sulle labbra, che i nostri cugini d'oltralpe si riferiscono a questo fenomeno atmosferico chiamandolo col termine italiano “la nebbia” - proprio letteralmente così: persino con l'articolo determinativo davanti al nome – perchè fenomeno tipico delle valli italiane. In effetti scopriremo presto come sul loro versante non ve ne sia traccia, non prima però di una lunga marcia. Il paesaggio così nascosto ha dell'onirico e invita all'introspezione: camminiamo quindi silenziosi in una ordinata fila indiana. Anche in questo caso la comitiva non cede alla lusinga di tornare indietro e a ragion veduta; poiché finalmente, giunti al Passo del Gallarino si fanno strada in cielo i primi caldi rallegranti raggi di sole. Scendiamo perciò spediti attorniati da una corona di cime rocciose che finalmente si concedono al nostro sguardo. Presto arriviamo a un altro luogo sorprendente: un luogo mistico che sembra uscito da un racconto di Tolkien. Come spinti dal desiderio di rendere omaggio alle bellezze del Monviso, ogni escursionista che sia passato di qui ha sentito la necessità di alzare una pietra. E così adesso il suo passare è sedimentato per sempre in questa valle ed è meraviglioso pensare che ogni sasso qui sia un uomo che ha calcato le nostre orme: pare quasi di vederlo in lontananza assieme a tutti gli altri che sono venuti prima di lui. Questa gita non cessa di stupire. Siamo ormai vicini a chiudere il nostro fatidico anello, manca soltanto l'ultima prova che affronteremo dopo aver passato la notte al Rifugio Vallanta. L'indomani ci mettiamo in cammino come al solito la mattina presto. La giornata è, finalmente, splendida e ci avviamo lentamente verso il passo da cui il rifugio ha preso il nome. Questa volta ci fanno compagnia delle curiose marmotte: sono così vicine che riusciamo persino a fotografarle in primo piano mentre si affacciano dalla loro tana. La vetta del Monviso domina incontrastata il paesaggio col suo severo profilo cuspidato, finalmente l'aria è tersa e la sua magnifica vista sgombra di nubi è cornice perfetta al nostro cammino. Affrettiamo perciò il passo fino al valico: bellissimo, ricoperto di neve. Il paesaggio infatti muta nuovamente e adesso ci troviamo ad attraversare nude pietraie detritiche punteggiate qua e là di cumuli di neve, mentre più in basso lo sguardo si apre sulla amena Valle del Guil: solcata da ruscelli e conche d'acqua. Siamo vicini ad affrontare la terza ed ultima prova dell'escursione. Di lì a poco, infatti, comincia l'erta salita che porta al Colle delle Traversette. Degno di nota, lungo il percorso, il “Buco del Viso”, l'antico passaggio scavato nella roccia dal Marchesato di Saluzzo in epoca rinascimentale per oltrepassare il Monte Granero. Noi però scegliamo di continuare per sentiero e, non senza fatica, giungiamo al valico a quota 3026, punto più alto della nostra gita. La stanchezza si fa sentire ma è ripagata dalla soddisfazione per essere arrivati alla meta. Frattanto la nebbia si è coricata sulle cime e le intaglia con sapiente mano in affilate geometrie. Stiamo ora passando il confine italo-francese; ed è buffo pensare quanto siano vicini due mondi così apparentemente diversi. É qui che scopriamo quanto i Francesi non si sbagliassero in merito alla nebbia che di fatto, appena svalicato, torna a ovattare il paesaggio con colori smorzati e profili sfumati, rendendo tutto etereo ed evanescente. Finalmente soddisfatti scendiamo rapidamente per un agevole sentiero lungo un territorio già teatro di guerra. Matasse di filo spinato e caserme fatiscenti in mezzo alla neve ricordano ai passanti senza bisogno di parole quanto terribile sia stato il conflitto. Ancora una volta la nebbia esalta la suggestione del luogo e la mente si perde nelle immagini e nei racconti di guerra. A dar voce e colore a questo paesaggio di per sé mitico le parole di un nostro compagno di gita sulla sua personale esperienza di guerra. E così, stanchi ma appagati torniamo a Pian del Re dove concludiamo il nostro trekking. Portiamo a casa nello zaino un puzzle del Monviso fatto di emozioni, visioni, suggestioni di colori per ognuno diversi ma ugualmente lucidi e brillanti.
Elena Del BecaroVisualizza Gallerie Fotografice: Album 1 / Album 2 |











