| Settimana Verde - Bellamonte Val di Fiemme |
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Dal 22 al 29 Agosto 2009
I colori estivi delle Dolomiti La chiamano “settimana verde” per distinguerla dalla classica “settimana bianca” che si usa consumare praticando gli sport invernali. La “settimana verde” porta invece a scoprire l’ambiente nella sua veste estiva, dove il verde predominante s’accompagna ad altre mirabili tinte, ora intense, ora sfumate. Per sette giorni il C.A.I. della Spezia è andato a conoscere quell’ambiente nelle Dolomiti, le bellezze che pienamente si mostrano d’estate, avendo pure la fortuna di gustarle nel momento in cui esse venivano dichiarate dall’Unesco “patrimonio mondiale dell’Umanità”. Giornate d’intenso cammino tra pascoli e vette, tra valli incassate e selle spalancate su larghi orizzonti. Giornate dove all’ammirazione dei tesori di madre natura si sono aggiunti l’apprendimento delle attività dell’uomo nella specifica area geografica, nonché il ripasso della storia, principalmente legata alle tracce lasciate dalla Grande Guerra.
Tutti in cammino e su itinerari pressoché alla portata di tutti. Soltanto qualcuno come Marcello e la Cesarina, gravati da uno zaino più pesante degli altri, si sono concessi qualche pausa. Il resto del gruppo, guidato da una sorprendete piccola gazzella seduta ancora sui banchi di scuola, è salito a toccare i Tremila. Peraltro l’infaticabile ”Linda” è figlia d’arte, allenata da papà nella palestra di roccia del Muzzerone. Ogni tanto una marmotta si erge su un roccione e strilla, ma per salutare lei, non già per mettere in allarme la propria famigliola. Il tempo di disfare le valigie e siamo già al Passo Valles, dove foreste di larici ritagliano spazio ai pascoli, attraversati da rivoli d’acqua gelida. Nelle roccette che salgono verso il Mulaz qualcuno collauda gli scarponi nuovi mentre, tra le giovani leve, Edoardo ritrova presto la cadenza da cursore di montagna che ci lasciò di stucco l’anno precedente. Carletto, un po’ più avanti con gli anni, prova a sua volta l’allungo frequentemente sgranando il gruppo ed arriva in vetta… maglia rosa. Per oggi possono bastare le quote sui 2200 metri intorno alla Venegia. Poi un tuffo verso le malghe. Poiché il sole non dà tregua, si risale al Rolle sull’ombroso versante che gli abeti ci riservano intorno a Malga Juribello. Gianluca, alla guida della corriera-ammiraglia dell’ATC, ci porta infine all’albergo per una rinfrescata che tutti sogniamo. Come esordio non c’è male. Anche perché l’erculeo Paolo ha voluto festeggiarlo, in piena Val Venegiota, con due bottiglie Doc che s’era camalato nello zaino. Ogni giorno ci delizierà ripetendo il rito, con vini diversi ed in diverse circostanze, persino aggrappati ai cavi delle vie attrezzate. Compiuto un utile ripasso della zoologia e della botanica passiamo alla storia. Ci aspettano soprattutto il Monte Cauriol (mt 2.494), la Cima Gronton (mt 2.622) e l’attigua Cima Bocche (mt 2.745). La salita è ininterrotta e faticosa, accidentato il terreno. Maurizio, Barbara e Sergio nostre guide, non risparmiano consigli e raccomandazioni, specie in presenza di passaggi vertiginosi, di vie ferrate in parziale rifacimento e di altre che talora si rivelano poco affidabili, essendo state investite (ed indebolite) dalle slavine che le eccezionali nevicate hanno provocato nell’inverno scorso. E siamo al Cauriol, nel gruppo del Lagorai. Dal minuscolo borgo di Bosìn si sale al Rifugio Cauriol, interessante museo di guerra; quindi lunga risalita a Passo Sadole, consolati da una fresca sorgente a metà percorso. In seguito, per la precaria “via italiana” si raggiunge la vetta del Cauriol, che nell’agosto 1916 gli alpini del battaglione Feltre conquistarono dopo aspri combattimenti. Panorama a 360° sul vicinissimo Cardinal, sulla Cima d’Asta, sul Latemar, sulle Pale di San Martino e sul sommitale cordone di neve della Marmolada. Si ritorna per la “via austriaca”, in certi tratti intatta mulattiera e nella restante parte percorso accidentato su macigni scivolati a valle. Uno scenario che si ripete nella ferrata del Gronton, dove il “sentiero degli alpini” è spesso interrotto dagli sfasciumi dove le pareti si fanno più precipitose. Adesso cuore, polmoni e polpacci sono rodati per affrontare una lunga galoppata. Neppure la “pressione” fa capricci. “Pinocchio” s’è portato lo strumento da Castè e la misura alla quota più elevata. La pastiglia funziona. E’ come essere a Tramonti sul livello del mare. Pure quella di Carletto si mostra docile, non fa più le bizze. Forse perché sa di essere poi punita con grappini al mirtillo… Da San Martino di Castrozza la funivia ci porta al Passo Rosetta (mt 2.633), dopodiché ci aspetta il deserto. Un fantastico paesaggio lunare dove non troveremo la comodità di un rifugio sino al Mulaz (mt 2.571), né il ristoro di una sorgente. Una galoppata di quattro ore abbondanti per arrivare al Mulaz e quasi altrettanto per rientrare a Passo Rolle per la Baita Segantini. Il sentiero “delle Farangole” pare interminabile e talvolta infonde timore nella sua progressione sui precipizi, nell’alternarsi di pendìi erbosi e rocciosi, intagli a misura di zaino, ripidi ed instabili ghiaioni, corridoi di neve, scale di ferro, pioli e cavi talora allentati dall’urto dei massi in caduta. Si arriva finalmente, con largo spargimento di sudore, ai 2.969 metri di quota del Passo delle Farangole, ma non c’è ancora ombra di rifugio Mulaz. Ci aspettano ancora una discesa ripida e due nevai da attraversare prima di scorgere la bandiera che sventola. Carletto non resiste al desiderio di una birra fresca e spicca il volo. Pure altri vorrebbero imitarlo, però non ne hanno il tempo. Il mister Maurizio suona la ritirata e mette tutti in fila sulla via del ritorno. La strada per il Rolle è ancora lunga. Difatti, si arriverà in albergo a cena già imbandita. Prima una calda zuppa d’orzo, poi la doccia. In calendario resta una gita, che pare la fotocopia di quella appena compiuta: l’anello del Catinaccio per i dirupi di Larsec, il Passo di Lausa e la Forcella Antermoia. Ma è prudente renderla meno faticosa. Perciò, Maurizio in testa e Barbara in coda sorvegliano che qualcuno del gruppo non spicchi il volo in escursione solitaria. Pinocchio e Carletto sono pericolosi…Tuttavia, come Garibaldi, rispondono: “Obbedisco!”. Tutti insieme si fa un giro più tranquillo alle quote dei rifugi sino al rinnovato “Principe”, dove subito ci troviamo in sintonia col montanaro gestore e la sua simpatica famiglia. Sanno pure cucinare bene. Anche per questo motivo la via finale, il ritorno a Spezia, si carica di nostalgia…. L.B. |










